Risale al 2004 la definizione di “vitivinicoltura sostenibile” proposta dall’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino), uno degli organismi di tipo scientifico e tecnico più autorevoli nel mondo del vino, che così la definì:

“approccio globale commisurato ai sistemi di produzione e di trasformazione delle uve, associando contemporaneamente la longevità economica delle strutture e dei territori, l’ottenimento di prodotti di qualità, la presa in considerazione delle esigenze di una viticoltura di precisione, dei rischi legati all’ambiente, alla sicurezza dei prodotti, alla salute dei consumatori e la valorizzazione degli aspetti patrimoniali, storici, culturali, ecologici ed estetici.” (OIV, 2016)

Successivamente lo stesso, dopo alcune sottili modifiche nel 2008, con una Risoluzione del 2016, emanò 5 Principi generali al fine di contemperare in una valutazione equilibrata, attuale e flessibile la componente ambientale, già delineata e ben presente, con la sensibilità sociale e culturale verso il personale (adeguate condizioni di lavoro, continua formazione e corretto inserimento dei lavoratori, integrazione nell’ambiente socio-economico e culturale) e i consumatori (attenzione alla salute e alla sicurezza), con l’economicità d’azienda a lungo termine, intesa in senso di resilienza quindi la capacità di adattamento del sistema produttivo, e di efficienza ossia l’ottenimento del massimo output con il minimo impiego di input, al fine di contenere costi e sprechi.

In questo modo una produzione vitivinicola che si definisce “sostenibile”, nel tempo deve sapere includere tutte le dimensioni dell’ampio concetto, adattandole al territorio, all’azienda e al prodotto; per questo motivo non è possibile definire una condotta d’azione comune, tanto che ogni realtà del settore è diversa e deve impegnarsi a pianificare, definire obiettivi e operazioni da eseguire, in modo da valutare regolarmente attraverso indicatori e criteri l’efficacia dei risultati raggiunti, con l’intento di poter predisporre azioni di adattamento, in ottica di un miglioramento continuo. In tale frangente rientrano le certificazioni che forniscono le metodologie, validano i dati, ne attestano la veridicità, con l’obiettivo di giungere a delle informazioni robuste, sostenute da fondamenti scientifici e metodologici.

Merita particolare menzione il 5° Principio, il quale pone dei capisaldi per un’azienda: la “valorizzazione delle conoscenze”, intese come sviluppo costante di tecniche e condizioni normative di sviluppo sostenibile, sempre aggiornate, anche attraverso la formazione del personale; la “comunicazioneaccurata dei principi di sostenibilità e della loro concreta applicazione in azienda, promossa sia verso l’interno, quindi informando ed orientando il personale, sia verso l’esterno, al pubblico, vista la fondamentale importanza della collaborazione e della condivisione con tutte le parti della filiera vitivinicola.

In Italia, nello stesso 2016, è stato recepito il valore del vino italiano, quale patrimonio culturale nazionale da sostenere in tutti gli aspetti di sostenibilità sociale, economica, produttiva, ambientale e culturale, tant’è che è stata emanata la legge 12 dicembre 2016 n. 238, che così dispone all’art.1:

“Il vino, prodotto della vite, la vite e i territori viticoli, quali frutto del lavoro dell’insieme delle competenze, delle conoscenze, delle pratiche e delle tradizioni, costituiscono un patrimonio culturale nazionale da tutelare e valorizzare negli aspetti di sostenibilità sociale, economica, produttiva, ambientale e culturale.”

Una breve presentazione di un più ampio quadro generale, al cui interno possiamo trovare l’estesa e precisa definizione di “sostenibilità vitivinicola“: un concetto variegato e variopinto, spesso usato impropriamente, e che include al suo interno espressioni come “integrato”, “biologico” e anche “biodinamico”.

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Sostenibilità in vitivinicoltura… ma cosa significa realmente?

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